22 dic 2025

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO (1835)

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Questa fiaba è ironica nei confronti del mondo aristocratico (assolutamente comico che il re vada ad aprire la porta del suo castello come fosse un maggiordomo!).1 Non fa direttamente parte di una tradizione popolare danese, anche se Andersen dichiarò d’aver sentito la storia nella sua infanzia. Esistono però fiabe vagamente simili nella tradizione popolare di alcuni Paesi nordici e germanici, come la fiaba svedese La principessa che si distese su sette piselli e la tedesca La prova del pisello, inclusa fugacemente dai fratelli Grimm nella raccolta del 1843, Le fiabe del focolare, poi rimossa nel 1850 perché ritenuta di origine letteraria o comunque non puramente germanico-popolare. La sua esistenza in fonti Grimm però testimonia una diffusione precoce di variazioni sul tema in area germanica.

La nobiltà viene presentata come molto ricca e stupida. Infatti re e regina cercano per il figlio una “vera” principessa, senza mettere alla prova la sua virtù (come accadeva nelle fiabe popolari tradizionali), ma cercando di verificare se lo è di nascita (se ha il “sangue blu”). Non interessa sapere se ha ereditato o acquisito il titolo per qualche merito personale. La regina cerca una legittimità di lignaggio, non di carattere. La “sensibilità” di cui l’autore parla è puramente fisica, senza alcun riferimento all’etica, e la fragile ipersensibilità del corpo viene interpretata come sinonimo di viziata stupidità o di un’eccessiva delicatezza derivante dalla vita agiata. In danese “vera” è scritto “rigtig”, che significa “legittima”. Si è veri, autentici, genuini solo se formalmente “autorizzati”.

Certo vi sono fiabe nella tradizione europea in cui una principessa rifiuta di sposarsi perché non ha un “cuscino di piume d’oro” o non le piace il “rumore delle pecore al pascolo”, cioè perché si lamenta di condizioni che per una persona comune non sarebbero un problema, e lo fa solo per stabilire un irragionevole standard per la sua mano. Ma è stato Andersen a estremizzare questo atteggiamento e a concentrarlo nel simbolo iper-specifico del pisello.2

Anche il folklore slavo ha molte fiabe con principesse messe alla prova, ma in genere si tende a esaltare l’intelligenza, la bontà morale e la loro resilienza fisica. Anzi in genere la principessa non viene riconosciuta per il suo aspetto, oppure è costretta a nascondere la sua identità (spesso apparendo vestita di stracci o come una serva) e viene riconosciuta attraverso un dettaglio che solo una persona del suo lignaggio potrebbe notare o sentire, o comunque viene riconosciuta solo per una sua “qualità intrinseca”, che supera la prova del sospetto o dell’inganno. Se in una fiaba russa gli autori avessero usato lo stratagemma del pisello, gli zar l’avrebbero considerata particolarmente offensiva per il loro prestigio e l’avrebbero censurata.

Incredibilmente corta, la fiaba è anche una critica dei matrimoni combinati dai genitori per i loro figli. In questo caso il figlio (viziato) appare con un perfetto idiota che non riesce a trovare moglie, pur girando in lungo e in largo il mondo intero. O forse la sua è solo una scusa proprio per stare lontano da casa, anche se alla fine deve arrendersi alla determinazione dei genitori.

Stranamente Andersen aggiunge spesso la frase “Questa è una storia vera”, quando invece proprio i suoi particolari lo escludono con evidenza.3 Soprattutto quello iniziale, in cui viene presentata, in maniera surreale, una principessa che si trova, da sola, coi tacchi alti nelle scarpe, in una notte buia e tempestosa, intenta a chiedere soccorso a degli sconosciuti, di cui forse si fida perché sa che sono aristocratici come lei, ma che la regina guarda con sospetto, non fidandosi dell’assicurazione che lei aveva dato d’essere una “principessa vera”. Un incipit, questo, che avrebbe stuzzicato la fantasia di qualunque regista hollywoodiano.

L’autore sembra che voglia canzonare il lettore, il quale deve anche credere che il pisello sia stato successivamente conservato in un museo. Vengono qui in mente certe opere d’artista, molto provocatorie (vedi ad es. quelle di Lucio Fontana, Marcel Duchamp, Piero Manzoni…), ma che nei musei si troveranno nel secolo dopo. In ogni caso la fiaba non fu accolta bene, poiché dava l’impressione al bambino che le donne aristocratiche fossero sempre terribilmente suscettibili, anche se Boris Zakhoder, famoso traduttore e scrittore russo per bambini, sottolineò l’aspetto “serio” dell’ironia del pisello, in quanto una principessa “non vera” avrebbe mentito sulle percezioni o sensibilità del proprio corpo, esattamente come avrebbe fatto un cortigiano ipocrita.

Forse l’unico aspetto positivo della fiaba sta nel fatto che quando si cerca un partner, bisogna anche sapersi affidare alla casualità dell’incontro. Tuttavia nel contesto si tratta di una positività davvero minimale, tant’è che la fiaba è divenuta famosa per indicare una donna dall’atteggiamento snob, un po’ altezzoso (il fatto stesso che dica di aver passato la notte in bianco nonostante i venti materassi e i venti piumini, la fa apparire un po’ maleducata). E pensare che la fiaba avrebbe anche potuto porsi come premessa di un racconto di ben altre proporzioni e di molteplici svolgimenti. Strano che qui Andersen non abbia esercitato la sua fervida fantasia.

Resta comunque evidente che l’autore non poteva usare una parola equivoca, come per es. “kuk” o “tissemand”, con un significato metaforico (volgare) come nella lingua italiana. La parola usata, “ærten” (“pisello”), è del tutto neutra, essendo specifica di contesti botanici o culinari.4 Ma più importante di ciò resta l’ambiguità dell’espressione “principessa vera”, che fa venire in mente quella di una pubblicità televisiva: “Tu non hai bisogno di un pennello grande ma di un grande pennello”. Il protagonista era un imbianchino in bicicletta, che trasportava un pennello gigante sulla spalla, e che viene fermato da un vigile per intralcio al traffico.

Qui infatti è lo stesso: il principe cercava una principessa veritiera, cioè onesta, giudiziosa, ecc., mentre sua madre pretendeva una “vera principessa”, una con tradizioni nobiliari autentiche, non una figlia di borghesi che avevano comprato un titolo. Interessante il fatto che la principessa dichiari d’essere “vera”, pur presentandosi in condizioni miserevoli, come se l’autore avesse voluto far capire che la verità non coincide con l’evidenza. La verità è nascosta e deve superare delle prove per essere creduta. Solo che in questa fiaba la principessa – come dicevano le femministe negli anni Settanta – vince non tanto perché fa qualcosa, ma semplicemente perché ha la pelle sottile.

Girando per il mondo, quindi ambienti altolocati, sarebbe stato impossibile che il principe non avesse incontrato una “principessa doc”. Dunque, in realtà aspirava a una ragazza con un carattere, una personalità, una psicologia diversa da quella consueta che s’incontra nei ceti nobiliari. Poi però alla fine è costretto ad accettare la soluzione offerta dalla madre, che si convince dell’origine nobiliare della principessa dopo averla sottoposta alla prova assurda dei venti materassi e dei venti piumini, impilati in una torre ancora più inverosimile, ma che resterà nella storia.

Tuttavia il principe, da buon aristocratico, avrebbe anche potuto fare buon viso a cattivo gioco, interpretando la prova del pisello in maniera un po’ diversa dalla madre. Visto che la principessa, pur avendo tutto l’occorrente per dormire alla perfezione, si era ugualmente lamentata, allora forse anche nelle questioni morali avrebbe sempre potuto eccepire qualcosa, mostrando la propria personalità. Diciamo questo perché a noi pare piuttosto banale quella critica moralistica che vede nella fiaba una satira della mollezza e dell’inutilità dell’aristocrazia, distaccata dalla realtà del lavoro e della fatica; oppure nella torre dei materassi un elemento grottesco che sottolinea l’irrazionalità del potere.

Nella fiaba è fuor di dubbio che se c’è un personaggio “simpatico” è proprio la principessa. Potrà essere considerata viziata quanto si vuole, ma un principe davvero innamorato le avrebbe concesso qualunque debolezza, con o senza il consenso dei genitori, di lui e di lei. Eventualmente le circostanze della vita l’avrebbero eticamente migliorata. In fondo sin dall’inizio della fiaba lei s’era presentata in maniera molto dimessa.

Ciò che rende la principessa un personaggio simpatico è proprio la sua involontaria onestà. Lei non sa d’essere stata sottoposta a una prova. La sua lamentela non è calcolata per dimostrare il suo rango, ma è la reazione genuina del suo corpo a una sofferenza reale. Se avesse saputo del pisello e si fosse lamentata, sarebbe stata un’ipocrita o una manipolatrice. Il fatto che si lamenti naturalmente le conferisce credibilità e, di conseguenza, simpatia. Sta dicendo la sua verità interiore, un valore raro nel mondo artificiale e formale della corte.

La sua umiltà esterna (ha i vestiti che gocciolano, l’aspetto misero di una che sembra una povera viaggiatrice) combinata con la sua sensibilità interiore la rende una figura che merita d’essere salvata e amata da un principe che ne sia davvero innamorato. La sua verità è nascosta in uno strato di pelle e si manifesta come una “debolezza” fisica.

Piuttosto è il principe il personaggio più problematico. Un innamorato vero non avrebbe avuto bisogno di prove materne. La sua incapacità di trovare una moglie e la sua dipendenza dalla madre per la soluzione finale evidenziano la sua passività. In questo senso la fiaba non è tanto una satira dell’aristocrazia quanto una critica alla debolezza del principe, incapace di prendere decisioni autonome e di “vedere” la verità senza l’intervento ridicolo della madre. La principessa simboleggia, in realtà, l’agente di salvezza per il principe, perché il suo arrivo pone fine alla sua irrisolta ricerca.

Da notare che i critici che studiano la complessa sessualità e le dinamiche affettive di Andersen, vedono nel principe un riflesso o, per meglio dire, una proiezione amara di Edvard Collin, incarnazione della borghesia danese colta, fredda e formalissima. Con lui Andersen ebbe una relazione più intensa e duratura persino di quella con la Voigt. Il giovane Collin, pur nutrendo un debole per Andersen, alla fine optò per il conformismo sociale, proprio come il principe della fiaba accetta la sposa “certificata” dalla madre.

La principessa bagnata e lacera che arriva alla corte può rappresentare lo stesso Andersen, l’artista sempre inadeguato rispetto alla nobiltà e alla borghesia. Nonostante l’apparenza, Andersen sapeva di possedere una sensibilità e un “sangue” artistico (l’onestà della sensazione) superiore ai suoi contemporanei borghesi. La sua ipersensibilità (sia fisica che emotiva, di cui il pisello è metafora) era la sua vera, innegabile qualità regale. Andersen, non potendo sposare Edvard Collin né essere accettato dalla sua classe sociale, scrive una fiaba in cui il Principe-Collin è un idiota viziato e dove la vera qualità intellettuale (la sensibilità artistica) è riconosciuta solo da una prova assurda (la Regina-Società). È una satira vendicativa e un lamento sulla sua stessa incapacità di essere visto e amato per la sua vera, fragile essenza.

NOTE

1 A dir il vero Andersen usa spesso l’eccessiva formalità della nobiltà per renderla comica e ridicola, abbassando il suo status a quello di servi (il re) o di figure ossessionate dal dettaglio (la regina).

2 In particolare la critica tedesca ha visto in questa fiaba una satira del periodo Biedermeier (1815-48), in cui la borghesia tedesca e scandinava si chiudeva nel comfort domestico. La “sensibilità” della principessa è in realtà una iper-sensibilità nervosa tipica della decadenza aristocratica, in contrasto con la robustezza del popolo.

3 Alcuni commentatori sostengono che la fiaba sia nata in seguito a un litigio di Andersen con Riborg Kirstine Voigt (1806-82), la sua prima grande e intensa delusione amorosa. Era la figlia maggiore di un ricco mercante (agente reale, non nobile) della città di Faaborg. Quando Andersen tentò di corteggiarla, nel 1830, lei gli comunicò d’essere già segretamente fidanzata con un altro uomo, Poul Jacob Bøving, un ispettore forestale. Lui cadde in uno stato di profonda delusione, anche perché lei, pur ammirandolo, non aveva rivelato subito il suo impegno sentimentale. Andersen cercò poi di superare la frustrazione intraprendendo la sua prima grande e catartica tournée all’estero l’anno successivo. Il dettaglio più toccante e famoso di questa storia d’amore è che Andersen portò sempre con sé una piccola busta di cuoio contenente una lettera d’addio della Riborg, che lui stesso dispose di bruciare dopo la propria morte. A dir il vero la stessa Riborg conservò segretamente un piccolo fascio di ricordi di Andersen – inclusi i fiori che le aveva donato e alcuni suoi scritti – in un vano nascosto del suo scrittoio, che si rinvenne solo dopo la sua morte.

4 In realtà alcuni psicanalisti tedeschi, con un’interpretazione un po’ cervellotica, hanno letto il “pisello” nascosto sotto i materassi come un simbolo fallico o una metafora della gravidanza indesiderata (la prova doveva verificare se la ragazza fosse “intatta” o se nascondesse un “segreto”). Più interessante la lettura dei critici strutturalisti francesi, per i quali il pisello è soltanto un elemento infinitesimale la cui forza però può anche disturbare l’ordine costituito. Lo vedono come metafora del “dubbio” cartesiano o dell’imperfezione che rivela la verità. Cioè la principessa soffre fisicamente per una verità invisibile agli altri.

29 nov 2025

 QUANDO FINIRA'?

La guerra in Ucraina non finirà grazie alla diplomazia, perché gli USA vogliono vendere armi ed espandere la NATO e perché gli statisti della UE sono servi degli USA e odiano ideologicamente la Russia (prima perché era ortodossa, poi perché era comunista, ora perché ha un capitalismo statale poi efficiente di quello privato).

Non è giusto che finisca perché la Russia è in grado di vincerla sul piano militare. Dovrà finire quando il popolo ucraino rovescerà il governo neonazista che lo domina dal 2014. Questa è l'unica garanzia di un prosieguo democratico dopo la fine della guerra.

8 set 2025

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11 giu 2025

 

Ipotesi di prossimo negoziato russo-ucraino

(DR=delegazione russa; DU=delegazione ucraina)


DR= Se andiamo avanti così, non ci saranno ulteriori negoziati, ma pretenderemo la vostra resa incondizionata. È questo che volete?

DU= No, però ci hanno fatto delle promesse, e chi le ha fatte ha il coltello dalla parte del manico.

DR= Se le promesse ve le ha fatte il governo di Trump, sappiate che in quel Paese sta per scoppiare la guerra civile, per cui nessuno sarà in grado di mantenerle. Trump sta portando la tensione ai massimi livelli, perché non sa come risolvere il disastro economico del suo Paese. Sta facendo una guerra commerciale al mondo intero. Se poi decide di fare una guerra vera e propria all’Iran o alla Cina, scordatevi che il vostro Paese resti in cima alle sue preoccupazioni. Con noi ha già capito che in questo momento la perderebbe.

DU= Noi abbiamo stabilito dei contratti commerciali con gli Stati Uniti. E in virtù di questi contratti ci aspettiamo un’assistenza militare, che infatti ci è stata garantita.

DR= Non sentitevi obbligati da quei contratti, perché, se volete continuare la guerra, noi occuperemo, prima o poi, tutto il vostro Paese, che non esisterà più come Stato autonomo, ma sarà solo una nostra regione.

DU= A queste condizioni tanto vale proseguire la guerra. Se non ci aiutano gli americani, lo faranno gli europei.

DR= Gli europei al momento non sono in grado di fare niente. Quello che avevano, ve l’hanno già dato: se continuano a farlo, rischiano di disarmarsi. Al limite ci basterà bombardare qualche base NATO, e loro se ne staranno buoni e tranquilli. L’unica possibilità che avete di esistere come Stato autonomo, possiamo darvela solo noi.

DU= Che autonomia è questa? Saremo facilmente ricattabili!

DR= Considerando che siete uno Stato già fallito sul piano economico, sareste ricattabili anche con l’appoggio europeo. Noi ci impegniamo seriamente a rimettervi in sesto, senza approfittarne in alcuna maniera. Ma abbiamo bisogno che vi arrendiate senza discutere. Non facciamo mai promesse che non possiamo mantenere.

DU= Che senso ha negoziare senza discutere? Che garanzie abbiamo che manterrete la vostra parola?

DR= La garanzia ve la offre il fatto che non abbiamo raso al suolo Kiev e le altre città e non abbiamo occupato Odessa. Pensate che non potremmo farlo?

DU= Se lo faceste, avreste contro il mondo intero, non solo l’occidente.

DR= Pensate che valga la pena fare una scommessa su uno scenario del genere? Il massimo della concessione che al momento possiamo fare è soltanto questa: rimuovete Zelensky dalla presidenza e organizzate libere elezioni, presidenziali e parlamentari, permettendo a tutti i partiti di partecipare in maniera equa, e noi vi promettiamo che fino ai risultati elettorali non bombarderemo le vostre infrastrutture.

DU= Ma perché il primo passo lo dobbiamo fare noi e non voi?

DR= Perché la guerra l’avete persa e, se non volete perdere l’intero Paese, è meglio che il primo passo lo facciate voi, come segno di buona volontà. Noi possiamo proseguire la guerra certamente per un tempo superiore al vostro. Su questo non vi possono essere dubbi. E se vogliamo concluderla velocemente, radendo al suolo tutte le vostre città, come fa la NATO quando è in guerra, abbiamo tutti i mezzi per farlo.

DU= Queste però sono minacce belle e buone.

DR= No, le minacce, quelle vere, alla NATO, non le abbiamo ancora fatte. Ogni cosa a suo tempo.