LA PRINCIPESSA SUL PISELLO (1835)
Questa fiaba è ironica nei confronti del mondo aristocratico
(assolutamente comico che il re vada ad aprire la porta del suo castello come
fosse un maggiordomo!).1 Non
fa direttamente parte di una tradizione popolare danese, anche se Andersen
dichiarò d’aver sentito la storia nella sua infanzia. Esistono però fiabe
vagamente simili nella tradizione popolare di alcuni Paesi nordici e germanici,
come la fiaba svedese La principessa che si
distese su sette piselli e la tedesca La prova del pisello, inclusa fugacemente dai fratelli Grimm
nella raccolta del 1843, Le fiabe del
focolare, poi rimossa nel 1850 perché ritenuta di origine letteraria
o comunque non puramente germanico-popolare. La sua esistenza in fonti Grimm
però testimonia una diffusione precoce di variazioni sul tema in area
germanica.
La nobiltà viene presentata come molto ricca e
stupida. Infatti re e regina cercano per il figlio una “vera” principessa,
senza mettere alla prova la sua virtù (come accadeva nelle fiabe popolari
tradizionali), ma cercando di verificare se lo è di nascita (se ha il “sangue
blu”). Non interessa sapere se ha ereditato o acquisito il titolo per qualche
merito personale. La regina cerca una legittimità di lignaggio, non di
carattere. La “sensibilità” di cui l’autore parla è puramente fisica, senza
alcun riferimento all’etica, e la fragile ipersensibilità del corpo viene
interpretata come sinonimo di viziata stupidità o di un’eccessiva delicatezza
derivante dalla vita agiata. In danese “vera” è scritto “rigtig”, che significa
“legittima”. Si è veri, autentici, genuini solo se formalmente “autorizzati”.
Certo vi sono fiabe nella tradizione europea in cui
una principessa rifiuta di sposarsi perché non ha un “cuscino di piume d’oro” o
non le piace il “rumore delle pecore al pascolo”, cioè perché si lamenta di
condizioni che per una persona comune non sarebbero un problema, e lo fa solo
per stabilire un irragionevole standard per la sua mano. Ma è stato Andersen a
estremizzare questo atteggiamento e a concentrarlo nel simbolo iper-specifico
del pisello.2
Anche il folklore slavo ha molte fiabe con principesse
messe alla prova, ma in genere si tende a esaltare l’intelligenza, la bontà
morale e la loro resilienza fisica. Anzi in genere la principessa non viene
riconosciuta per il suo aspetto, oppure è costretta a nascondere la sua
identità (spesso apparendo vestita di stracci o come una serva) e viene
riconosciuta attraverso un dettaglio che solo una persona del suo lignaggio
potrebbe notare o sentire, o comunque viene riconosciuta solo per una sua
“qualità intrinseca”, che supera la prova del sospetto o dell’inganno. Se in
una fiaba russa gli autori avessero usato lo stratagemma del pisello, gli zar
l’avrebbero considerata particolarmente offensiva per il loro prestigio e
l’avrebbero censurata.
Incredibilmente corta, la fiaba è anche una critica
dei matrimoni combinati dai genitori per i loro figli. In questo caso il figlio
(viziato) appare con un perfetto idiota che non riesce a trovare moglie, pur
girando in lungo e in largo il mondo intero. O forse la sua è solo una scusa
proprio per stare lontano da casa, anche se alla fine deve arrendersi alla
determinazione dei genitori.
Stranamente Andersen aggiunge spesso la frase “Questa
è una storia vera”, quando invece proprio i suoi particolari lo escludono con
evidenza.3
Soprattutto quello iniziale, in cui viene presentata, in maniera surreale, una
principessa che si trova, da sola, coi tacchi alti nelle scarpe, in una notte
buia e tempestosa, intenta a chiedere soccorso a degli sconosciuti, di cui
forse si fida perché sa che sono aristocratici come lei, ma che la regina
guarda con sospetto, non fidandosi dell’assicurazione che lei aveva dato
d’essere una “principessa vera”. Un incipit,
questo, che avrebbe stuzzicato la fantasia di qualunque regista hollywoodiano.
L’autore sembra che voglia canzonare il lettore, il
quale deve anche credere che il pisello sia stato successivamente conservato in
un museo. Vengono qui in mente certe opere d’artista, molto provocatorie (vedi
ad es. quelle di Lucio Fontana, Marcel Duchamp, Piero Manzoni…), ma che nei
musei si troveranno nel secolo dopo. In ogni caso la fiaba non fu accolta bene,
poiché dava l’impressione al bambino che le donne aristocratiche fossero sempre
terribilmente suscettibili, anche se Boris Zakhoder, famoso traduttore e
scrittore russo per bambini, sottolineò l’aspetto “serio” dell’ironia del
pisello, in quanto una principessa “non vera” avrebbe mentito sulle percezioni
o sensibilità del proprio corpo, esattamente come avrebbe fatto un cortigiano
ipocrita.
Forse l’unico aspetto positivo della fiaba sta nel
fatto che quando si cerca un partner, bisogna anche sapersi affidare alla
casualità dell’incontro. Tuttavia nel contesto si tratta di una positività
davvero minimale, tant’è che la fiaba è divenuta famosa per indicare una donna
dall’atteggiamento snob, un po’ altezzoso (il fatto stesso che dica di aver
passato la notte in bianco nonostante i venti materassi e i venti piumini, la
fa apparire un po’ maleducata). E pensare che la fiaba avrebbe anche potuto
porsi come premessa di un racconto di ben altre proporzioni e di molteplici
svolgimenti. Strano che qui Andersen non abbia esercitato la sua fervida
fantasia.
Resta comunque evidente che l’autore non poteva usare
una parola equivoca, come per es. “kuk” o “tissemand”, con un significato
metaforico (volgare) come nella lingua italiana. La parola usata, “ærten”
(“pisello”), è del tutto neutra, essendo specifica di contesti botanici o
culinari.4 Ma
più importante di ciò resta l’ambiguità dell’espressione “principessa vera”,
che fa venire in mente quella di una pubblicità televisiva: “Tu non hai bisogno
di un pennello grande ma di un grande pennello”. Il protagonista era un
imbianchino in bicicletta, che trasportava un pennello gigante sulla spalla, e
che viene fermato da un vigile per intralcio al traffico.
Qui infatti è lo stesso: il principe cercava una
principessa veritiera, cioè onesta, giudiziosa, ecc., mentre sua madre
pretendeva una “vera principessa”, una con tradizioni nobiliari autentiche, non
una figlia di borghesi che avevano comprato un titolo. Interessante il fatto
che la principessa dichiari d’essere “vera”, pur presentandosi in condizioni
miserevoli, come se l’autore avesse voluto far capire che la verità non
coincide con l’evidenza. La verità è nascosta e deve superare delle prove per
essere creduta. Solo che in questa fiaba la principessa – come dicevano le
femministe negli anni Settanta – vince non tanto perché fa qualcosa, ma
semplicemente perché ha la pelle sottile.
Girando per il mondo, quindi ambienti altolocati,
sarebbe stato impossibile che il principe non avesse incontrato una
“principessa doc”. Dunque, in realtà aspirava a una ragazza con un carattere,
una personalità, una psicologia diversa da quella consueta che s’incontra nei
ceti nobiliari. Poi però alla fine è costretto ad accettare la soluzione
offerta dalla madre, che si convince dell’origine nobiliare della principessa
dopo averla sottoposta alla prova assurda dei venti materassi e dei venti
piumini, impilati in una torre ancora più inverosimile, ma che resterà nella
storia.
Tuttavia il principe, da buon aristocratico, avrebbe
anche potuto fare buon viso a cattivo gioco, interpretando la prova del pisello
in maniera un po’ diversa dalla madre. Visto che la principessa, pur avendo
tutto l’occorrente per dormire alla perfezione, si era ugualmente lamentata,
allora forse anche nelle questioni morali avrebbe sempre potuto eccepire
qualcosa, mostrando la propria personalità. Diciamo questo perché a noi pare
piuttosto banale quella critica moralistica che vede nella fiaba una satira
della mollezza e dell’inutilità dell’aristocrazia, distaccata dalla realtà del
lavoro e della fatica; oppure nella torre dei materassi un elemento grottesco
che sottolinea l’irrazionalità del potere.
Nella fiaba è fuor di dubbio che se c’è un personaggio “simpatico” è
proprio la principessa. Potrà essere considerata viziata quanto si vuole, ma un
principe davvero innamorato le avrebbe concesso qualunque debolezza, con o
senza il consenso dei genitori, di lui e di lei. Eventualmente le circostanze
della vita l’avrebbero eticamente migliorata. In fondo sin dall’inizio della
fiaba lei s’era presentata in maniera molto dimessa.
Ciò che rende la principessa un personaggio simpatico
è proprio la sua involontaria onestà. Lei non sa d’essere stata sottoposta a
una prova. La sua lamentela non è calcolata per dimostrare il suo rango, ma è
la reazione genuina del suo corpo a una sofferenza reale. Se avesse saputo del
pisello e si fosse lamentata, sarebbe stata un’ipocrita o una manipolatrice. Il
fatto che si lamenti naturalmente le conferisce credibilità e, di conseguenza,
simpatia. Sta dicendo la sua verità interiore, un valore raro nel mondo
artificiale e formale della corte.
La sua umiltà esterna (ha i vestiti che gocciolano,
l’aspetto misero di una che sembra una povera viaggiatrice) combinata con la
sua sensibilità interiore la rende una figura che merita d’essere salvata e
amata da un principe che ne sia davvero innamorato. La sua verità è nascosta in
uno strato di pelle e si manifesta come una “debolezza” fisica.
Piuttosto è il principe il personaggio più
problematico. Un innamorato vero non avrebbe avuto bisogno di prove materne. La
sua incapacità di trovare una moglie e la sua dipendenza dalla madre per la
soluzione finale evidenziano la sua passività. In questo senso la fiaba non è
tanto una satira dell’aristocrazia quanto una critica alla debolezza del
principe, incapace di prendere decisioni autonome e di “vedere” la verità senza
l’intervento ridicolo della madre. La principessa simboleggia, in realtà,
l’agente di salvezza per il principe, perché il suo arrivo pone fine alla sua
irrisolta ricerca.
Da notare che i critici che studiano la complessa
sessualità e le dinamiche affettive di Andersen, vedono nel principe un
riflesso o, per meglio dire, una proiezione amara di Edvard Collin,
incarnazione della borghesia danese colta, fredda e formalissima. Con lui
Andersen ebbe una relazione più intensa e duratura persino di quella con la
Voigt. Il giovane Collin, pur nutrendo un debole per Andersen, alla fine optò
per il conformismo sociale, proprio come il principe della fiaba accetta la
sposa “certificata” dalla madre.
La principessa bagnata e lacera che arriva alla corte
può rappresentare lo stesso Andersen, l’artista sempre inadeguato rispetto alla
nobiltà e alla borghesia. Nonostante l’apparenza, Andersen sapeva di possedere
una sensibilità e un “sangue” artistico (l’onestà della sensazione) superiore
ai suoi contemporanei borghesi. La sua ipersensibilità (sia fisica che emotiva,
di cui il pisello è metafora) era la sua vera, innegabile qualità regale.
Andersen, non potendo sposare Edvard Collin né essere accettato dalla sua
classe sociale, scrive una fiaba in cui il Principe-Collin è un idiota viziato
e dove la vera qualità intellettuale (la sensibilità artistica) è riconosciuta
solo da una prova assurda (la Regina-Società). È una satira vendicativa e un
lamento sulla sua stessa incapacità di essere visto e amato per la sua vera,
fragile essenza.
NOTE
1 A dir il vero Andersen usa spesso
l’eccessiva formalità della nobiltà per renderla comica e ridicola, abbassando
il suo status a quello di servi (il re) o di figure ossessionate dal dettaglio
(la regina).
2 In particolare la critica tedesca ha
visto in questa fiaba una satira del periodo Biedermeier (1815-48), in cui la
borghesia tedesca e scandinava si chiudeva nel comfort domestico. La
“sensibilità” della principessa è in realtà una iper-sensibilità nervosa tipica
della decadenza aristocratica, in contrasto con la robustezza del popolo.
3 Alcuni commentatori sostengono che la
fiaba sia nata in seguito a un litigio di Andersen con Riborg Kirstine Voigt
(1806-82), la sua prima grande e intensa delusione amorosa. Era la figlia
maggiore di un ricco mercante (agente reale, non nobile) della città di
Faaborg. Quando Andersen tentò di corteggiarla, nel 1830, lei gli comunicò
d’essere già segretamente fidanzata con un altro uomo, Poul Jacob Bøving, un
ispettore forestale. Lui cadde in uno stato di profonda delusione, anche perché
lei, pur ammirandolo, non aveva rivelato subito il suo impegno sentimentale.
Andersen cercò poi di superare la frustrazione intraprendendo la sua prima
grande e catartica tournée
all’estero l’anno successivo. Il dettaglio più toccante e famoso di questa
storia d’amore è che Andersen portò sempre con sé una piccola busta di cuoio
contenente una lettera d’addio della Riborg, che lui stesso dispose di bruciare
dopo la propria morte. A dir il vero la stessa Riborg conservò segretamente un
piccolo fascio di ricordi di Andersen – inclusi i fiori che le aveva donato e
alcuni suoi scritti – in un vano nascosto del suo scrittoio, che si rinvenne
solo dopo la sua morte.
4 In realtà alcuni psicanalisti tedeschi, con un’interpretazione un po’ cervellotica, hanno letto il “pisello” nascosto sotto i materassi come un simbolo fallico o una metafora della gravidanza indesiderata (la prova doveva verificare se la ragazza fosse “intatta” o se nascondesse un “segreto”). Più interessante la lettura dei critici strutturalisti francesi, per i quali il pisello è soltanto un elemento infinitesimale la cui forza però può anche disturbare l’ordine costituito. Lo vedono come metafora del “dubbio” cartesiano o dell’imperfezione che rivela la verità. Cioè la principessa soffre fisicamente per una verità invisibile agli altri.


