La sirenetta
https://galarico.substack.com/p/la-sirenetta
Materiali per l'Umanesimo laico e il Socialismo democratico
IL COMPAGNO DI VIAGGIO (1835)
Non si sa se questa fiaba (Reisekammeraten) faccia parte delle tradizioni popolari
scandinave o se si ispiri al racconto veterotestamentario di Tobia.1
Se ne trova una simile nel folklore slavo, dal titolo Il sogno profetico.2
Principesse che non vogliono sposarsi, se non dopo che il pretendente abbia
superato tre prove (apparentemente impossibili), sono forse un classico di
qualunque genere fiabesco. In questa fiaba però i dettagli macabri sono così
numerosi che la rendono non solo inadatta ai bambini, ma anche piuttosto
stucchevole. Sembrano scelti apposta per farsi notare.
La premessa ha sicuramente un riferimento alla morte
del padre di Andersen, avvenuta dopo aver militato per alcuni anni
nell’esercito danese filo-napoleonico. Hans aveva solo undici anni e tre anni
dopo se ne andò di casa, cercando di far fortuna a Copenaghen. I tentativi di
emergere furono molti e infruttuosi, ma la costanza fu premiata quando, dopo
circa trent’anni, cominciò a scrivere delle fiabe apprezzate in tutta Europa.
Fu fortunato, perché trovò delle persone che credevano
nel suo talento e sostennero le spese della sua istruzione, anche se dovette
subire molte umiliazioni, a causa soprattutto dei suoi atteggiamenti
egocentrici. La difficoltà ad avere amicizie, specie con l’altro sesso, si
riflette anche in questa fiaba, dove il compagno di viaggio è sì una figura
maschile forte e d’aiuto, ma “morta”, è uno spettro e quindi non sessualmente
minacciosa o rivale.
Quindi, in sintesi, si potrebbe dire che solo dopo
aver radicato la fiaba nella sua psicologia (la morte del padre, l’emigrazione
verso Copenaghen, il bisogno di un mentore, l’ingenuità del parvenu), Andersen “veste” questa storia
con motivi folcloristici preesistenti (nella fattispecie il “morto
riconoscente”, gli “indovinelli della principessa”), modificandoli per
adattarli al suo dramma personale e alla sua morale. Quando si affronta un
soggetto come Andersen, la prima cosa da fare non è quella di cercare una fonte
pregressa, ma quella di individuare una possibile ispirazione: la fonte
folklorica era solo un telaio, un’impalcatura per esprimere un disagio
personale.
In questa lunga e un po’ noiosa fiaba tutta la prima
parte (quella del funerale di suo padre e la conseguente dipartita del ragazzo
Johannes da casa sua, in quanto si sentiva completamente solo), potrebbe essere
tranquillamente tolta, in quanto collegata in maniera un po’ artificiosa a
tutto il resto.
In sogno il padre gli dice, mostrandogliela, che
avrebbe sposato una bellissima principessa, senza però fare alcun cenno al
particolare più importante: appunto il compagno di viaggio. L’assenza di questo
dettaglio non è un’incongruenza interna alla fiaba, ma serve ad aumentare la
sorpresa e l’intervento miracoloso della “provvidenza” quando si manifesterà lo
spettro.
Nel racconto s’intersecano aspetti tra loro opposti:
la bontà degli atteggiamenti religiosi; il cinismo degli affari economici; la
povertà di un ragazzo che deve essere aiutato in maniera miracolosa, se vuole
raggiungere le vette dell’aristocrazia, cambiando per sempre le abitudini dei
sovrani e soprattutto della loro figlia, viziata e scellerata.
Si può dire, in un certo senso, che la fiaba inizia
per davvero quando Johannes, trovandosi in una chiesa (in cerca di riparo a
causa di un temporale), scopre che in una bara, ancora aperta, vi era un morto
che attendeva d’essere sepolto. Non ne aveva alcuna paura, poiché sapeva che il
male proviene dalle persone vive e cattive.
Si risveglia a notte fonda, quando il maltempo era
finito: naturalmente il risveglio è strumentale alla narrazione fantastica. Per
Andersen la vera realtà, nelle sue fiabe, è solo quella del sogno.
E Johannes s’accorge che due di quelle persone cattive
erano lì, intenzionate a buttare la salma fuori dalla chiesa, per vendicarsi
del fatto che quell’uomo era morto senza pagare il debito che aveva con loro.
Evita lo scempio, saldando i creditori con tutta l’eredità ricevuta dal padre,
i quali naturalmente accettano non perché commossi dalle suppliche religiose
del postulante, ma perché il risarcimento era congruo.
Il ragazzo, fiducioso nella provvidenza, era convinto
che, grazie alla sua bontà d’animo e generosità, in qualche modo Dio l’avrebbe
aiutato. Cosa che puntualmente avverrà. Per farsi un futuro Johannes non può
contare solo su stesso e su qualche amicizia della vita quotidiana: ha bisogno
di un intervento esterno di alto livello. E lo troverà appunto nello spettro
nel defunto, dalla “forte voce maschile”, anche lui buono di carattere, ma
molto più esperto di cose mondane.
Infatti lo dimostra, di essere ferrato in trattative
commerciali, quando per es. incontrano una vecchia, che portava delle fascine e
che si era rotta una gamba. Lo spettro gliela guarì con un unguento miracoloso,
ma in cambio pretese le fascine, che in seguito avrebbe utilizzato.
Un altro affare lo fece con un puparo, a cui chiese
una sciabola, offrendo in cambio la stessa pomata usata prima, con cui avrebbe
potuto rendere quasi umane le marionette che quello usava nei suoi spettacoli,
nel senso che, pur potendo muoversi da sole, non avrebbero potuto parlare.
La sciabola la usò subito dopo, quando videro un
grande cigno bianco, che cadde morto ai loro piedi. Lo spettro valutò che le
ali di quell’uccello potevano valere molti soldi, così con la spada gliele
tagliò. Una scena improvvisa, che agli occhi di un bambino, intento ad
ascoltare questa fiaba, sarebbe parsa, quanto meno, poco spiegabile.
Dopodiché arrivano in una città, dove nel suo castello
vivevano un re e una regina buoni, ma con una figlia terribile, che a ogni
pretendente della sua mano (ricco o povero che fosse) chiedeva di risolvere
almeno tre indovinelli. In caso di fallimento, lei li avrebbe fatti impiccare o
decapitare. I candidati venivano avvisati del rischio, ma tutti erano convinti
di potercela fare, anche perché non si poteva rinunciare a una principessa
molto bella e molto ricca.
Al sentire queste inquietanti stranezze, Johannes
arriva a dire che la principessa, giudicata una vera “strega cattiva e
maligna”, avrebbe meritato d’essere frustata. (Ragionava con criteri
veterotestamentari.) Poi però, quando la vede di persona, se ne innamora
subito: pensa addirittura che sia la stessa ragazza sognata quando gli era
morto il padre. Per lui era impensabile che una fanciulla così
straordinariamente bella fosse anche così cattiva. (Ragionava con criteri
platonici.) D’altra parte anche il popolo la esaltava per la sua bellezza,
dimenticandosi quanto fosse brutale.
E così si propone come aspirante marito e si prepara
ad affrontare le tre prove; e non s’impressiona quando il re gli mostra il
giardino pieno di tutti gli scheletri dei pretendenti impiccati. La scena è
orripilante, ma, più che dantesca, sembra un po’ splatter: ogni volta che c’è vento, le ossa scricchiolano
così tanto da spaventare gli uccelli; i fiori sono sostenuti da ossa umane;
“nei vasi ghignavano dei teschi”.3
Johannes si comporta nella maniera più infantile
possibile: è talmente innamorato e convinto di superare le tre prove che non si
rende minimamente conto del pericolo.
Il compagno di viaggio invece è molto triste: pensava
di poter stare con Johannes per molto tempo; invece teme di perderlo. E qui non
si capisce se teme di perderlo perché, secondo lui, non potrà superare la
prova, o invece proprio perché la supererà, sposando la principessa. Comunque,
in attesa che arrivi il giorno dopo, gli chiede di passare la notte
“divertendosi” (!). L’ambivalenza semantica del verbo è evidente, specie se
usato in chiave moderna, ma è probabile che si riferisca a un passare il tempo
spensierato prima dell’inevitabile separazione. Non vogliamo far la parte dei
“bacchettoni”.
Fu in quel momento che il compagno di viaggio si
decise ad aiutare Johannes, pur sapendo che l’avrebbe comunque perduto. Si
fissa sulla schiena le due grandi ali di cigno; si infila in tasca la più
grossa delle fascine ottenuta dalla vecchia e vola fin verso il castello,
posizionandosi, invisibile, nella camera da letto della principessa.
Fu così che scoprì che la ragazza era una specie di
strega, soggetta a un vecchio troll ctonio (che non era un semplice “mago”,
come appare nelle traduzioni edulcorate europee). Mentre, volando, lei si
recava da lui, lo spettro, da dietro, la frustava con la fascina, così forte da
farla sanguinare, ma lei pensava, visto che non lo vedeva, che fosse grandine.
Questo particolare delle frustate, date in maniera gratuita, in quanto non
contribuiscono minimamente a far cambiare atteggiamento alla principessa, sono
una di quelle varianti, dal sapore sadico, aggiunte da Andersen a fiabe già
note.
Qui è evidente che la fustigazione è il mezzo con cui
lo spettro punisce e, crucialmente, rallenta o indebolisce la principessa durante
i suoi viaggi notturni. Il che le impedisce di volare velocemente (nella terza
notte sarà stremata) e la prepara per la successiva fase di “esorcismo” (il
sortilegio finale). Le frustate non mirano a farle “cambiare idea” moralmente,
ma a spezzare il controllo fisico e magico del troll su di lei. Quindi che
esista un “sadismo” non dipende certo da una falla logica nella narrativa:
l’azione è un intervento causale diretto.4
Il regno del vecchio troll era orrendo, con crudeltà
di tutti i tipi; eppure lui era affettuoso con la principessa: la baciava sulla
fronte (fronte o bocca nelle fiabe di Andersen si equivalgono); la faceva
sedere al suo fianco (anche fianco e ginocchia spesso sono sinonimi); la
allietava con la musica e la danza (una specie di droga). Lei lo frequentava
come una persona soggiogata: infatti era lui che le diceva quale indovinello
proporre al pretendente. Era sicuro che nessuno avrebbe potuto superare neanche
la prima prova. E nel caso di Johannes aveva chiesto di tagliargli la testa e
di portargli i suoi occhi, perché avrebbe voluto “mangiarli” (!). Lei obbedì
con soggezione e se ne tornò a casa, continuando ad essere frustata dallo
spettro, come se fosse un avvertimento a non reiterare la colpa.5
Questa storia andò avanti per tre volte, e ogni volta
lei veniva fustigata così tanto che “il sangue colava a terra” e ormai non
aveva più la forza di volare, come se fosse una drogata che, per poter
beneficiare di alcuni effetti psicotropi, deve prendere una dose sempre più
massiccia, o come se di fronte alla sua situazione di grave tossicodipendenza,
avesse bisogno di terapie sempre più radicali per poter guarire.
La cosa strana è che questa terapia o punizione in
realtà non serviva a niente, poiché Johannes veniva a conoscere ugualmente il
segreto dell’indovinello. Lo spettro infatti lo scopriva restando invisibile,
ma qui è come se a ogni azione positiva il lettore o l’ascoltatore della fiaba
debba abituarsi a credere nella necessità di una contropartita dolorosa.
Il finale è terribile, da far spaventare anche il
bambino più smaliziato. Lo spettro usa la sciabola per decapitare il vecchio
troll. Getta il corpo nel lago, in pasto ai pesci, ma la testa l’avvolge in un
fazzoletto di seta. Poi va a dormire, come se nulla fosse.
Il giorno dopo consegna il fagotto a Johannes,
ordinandogli di aprirlo solo dopo che la principessa avesse preteso di sapere
se il segreto del terzo indovinello era stato scoperto. Siccome l’oggetto da
indovinare era stessa testa del troll, lei, quando aprì il fagotto, rimase
allibita, e naturalmente anche Johannes si spaventò. Poi però la ragazza si
rassegnò: aveva capito che non poteva sottrarsi al matrimonio. La testa recisa
era il “lasciapassare” per il potere.
Tuttavia se il dovere è una cosa, il piacere è
tutt’altro. La principessa infatti restava “strega” e non era affatto
innamorata di Johannes. Sicché anche questa volta lo spettro fu costretto a
intervenire. Non doveva aspettare che lei si convincesse, ma doveva
“addomesticarla”.
Johannes sentiva di non avere forze sufficienti per
indurla a mutare atteggiamento. Lo spettro gli spiegò che tipo di sortilegio
avrebbe dovuto usare per farla rinsavire o guarire completamente. L’idea che
Johannes non possa farcela da solo e che abbia bisogno di un intervento esterno
(“di alto livello”) è il cuore della fiaba e riflette la poetica di Andersen
sul ruolo della “Grazia” o della “Fortuna” (che in fondo coincidono) nella vita
del parvenu, il self-made man che ha bisogno un aiuto
divino o imprevisto.6
Johannes agì questa volta con determinazione: la
immerse per la terza volta in un bagno purificatore, finché la sua “pelle nera”
(il segno del male) non cadde, rivelando la sua bellezza. Lei uscì dal suo
incubo, superando i limiti della sua identità malvagia.7
Non è da escludere che lo spettro sia in realtà un alter ego di Johannes, la sua parte risoluta, esperta,
non-innamorata e, in fondo, ambiziosa, capace persino di violenza per
conquistare un posto tra gli altolocati. In fondo, una volta ottenuto il
potere, Johannes non rivoluziona il regno: si siede sul trono e gode della sua
nuova posizione. Lui resta solo al vertice, un ex-proletario che ha scalato la
piramide sociale grazie a un segreto innominabile (l’alleanza con un morto).
Johannes baciò “tante volte” il suo compagno di
viaggio, chiedendogli ripetutamente di restare al palazzo, ma lui si limitò a
rivelargli ch’era lo spirito del morto nella bara della chiesa e che il suo
tempo era scaduto, avendo pagato il suo debito. Johannes non lo trattiene, né
piange la sua scomparsa. Il “morto” ha servito al suo scopo: ha trasformato un
paria in un sovrano. Un bel flashback:
il passato del protagonista viene rivelato progressivamente, ma i ricordi e le
esperienze pregresse modificano il senso degli eventi presenti.
Ma a quale “debito” si riferiva? Morale o economico? I
danesi (con la parola “skyld”) o i tedeschi (con la parola “schuld”) intendono
un debito sostanzialmente finanziario, che può anche avere un’implicazione
morale. Se il debito viene risolto, anche la coscienza ne trae beneficio. Dato
il contesto luterano (e il riferimento all’uomo che non poteva pagare il debito
economico per la sepoltura, che Johannes salda), è estremamente probabile che
l’autore volesse apposta creare una semantica ambigua. Il compagno di viaggio
sta pagando il suo debito di gratitudine con Johannes (aiuto spirituale/morale)
saldando un debito terreno (il costo della sua sepoltura). In fondo non è
un’incongruenza, ma una specie di “ambiguità teologico-culturale” espressamente
voluta. L’orfano proletario che ha investito i suoi ultimi averi per “comprare”
la pace di un cadavere, vede finalmente fruttare quel capitale simbolico.
Si è parlato prima di Nikolaj Gogol’. In effetti la
critica russa ha visto in questa fiaba dei paralleli significativi con Le anime morte (un racconto scritto tra il
1835 e il 1841, con pubblicazione, censurata, della prima parte nel 1842).
Questo perché il riscatto dell’individuo non avviene attraverso la virtù
morale, ma attraverso un’alleanza macabra con l’aldilà: Čičikov acquista “anime
morte” (contadini deceduti ma ancora registrati) per crearsi un capitale
fittizio e scalare la società. Entrambi i protagonisti, quindi, userebbero la
morte come un elemento negoziale, cioè il punto di partenza sarebbe un atto di
“pietà” somigliante a un investimento d’affari grottesco.
Anche Lu Xun (il padre della letteratura moderna
cinese), che ammirava Gogol’, vide in Andersen una forza simile a quella del
romanziere russo: la capacità di mostrare la “cannibalizzazione” dei poveri da
parte delle élite. Solo che
mentre la critica europea vedeva in Reisekammeraten
una storia di fedeltà, viceversa un occhio asiatico o slavo vi scorge la
tragedia dell’individuo che, per smettere d’essere vittima, deve farsi complice
di un sistema macabro e violento.
In effetti ci sembra questa l’ermeneutica più
calzante: come Johannes, Andersen ha usato i suoi protettori (i facoltosi
Collin di Copenaghen8) e la memoria dei suoi “morti” (i
propri genitori e la sua infanzia a Odense) come scalini per raggiungere l’élite. L’individualismo di Johannes è “anarcoide”,
poiché opera fuori dalle leggi umane, ma è “reazionario”, poiché il suo unico
fine è la restaurazione del potere regale su se stesso. Non c’è traccia di
popolo: il regno è un’astrazione geografica che serve solo da cornice al
successo del singolo.
NOTE
1 Nel libro di Tobia, riconosciuto
come ispirato nelle tradizioni cattolica e ortodossa, ma escluso dal canone
ebraico e protestante, il protagonista viene accompagnato dall’arcangelo
Raffaele sotto mentite spoglie, che lo aiuta a compiere una difficile missione.
Per la critica anderseniana di matrice cattolica il parallelismo col libro di
Tobia è quasi totale. L’arcangelo Raffaele (che nel testo si finge un parente)
coinciderebbe col compagno di viaggio (lo spettro); Sara (la donna i cui mariti
morivano la prima notte di nozze a causa del demone Asmodeo) sarebbe la
principessa e Asmodeo il troll; Tobia sposa Sara liberandola dal demone, mentre
Johannes sposa la principessa liberandola dal troll. Identica è la pietas (devozione) per la sepoltura dei
morti. Tale critica vede la fiaba come un exemplum
di carità cristiana. Il “debito” pagato da Johannes non è visto come una
“transazione”, ma come l’atto di misericordia fisico-materiale che innesca la
grazia divina. Addirittura si arriva a dire che in spagnolo e portoghese le
parole “avventura” e “viaggio” hanno una connotazione esistenziale forte, nel
senso che il viaggio di Johannes non è “turistico”, ma il pellegrinaggio
dell’anima che non può salvarsi da sola (“non può contare solo su se stessa”),
avendo bisogno di un intervento trascendente. Tale critica, tuttavia, trascura
il fatto che la scena del “morto riconoscente” è un motivo folkloristico pre-cristiano, che la cultura cristiana
occidentale ha riconosciuto nella sua versione ebraica, quella appunto del
libro di Tobia.
2 È caratterizzata dal tema del sogno
rivelatore, tipico del folklore russo, ucraino e bielorusso. La trama centrale
ruota, pur nelle sue varianti, attorno all’esperienza di un giovane – spesso
povero o insoddisfatto – che riceve in sogno un messaggio profetico, relativo a
un tesoro nascosto o a un destino particolare, che lo spinge all’avventura e
che trasforma la sua vita. Dopo aver affrontato durante il percorso numerose
prove, scopre che il vero tesoro è nella sua stessa casa. Tuttavia questa fiaba
non può essere considerata una fonte diretta.
3 A causa di questi particolari la
critica francese ha inserito la fiaba nel filone del Romantisme noir. Andersen qui si perde un po’ nel gotico. La scena dei creditori in chiesa e
quella del giardino di ossa sono viste come esercizi di stile per provocare
“l’orrore sublime”.
4 Studiosi come Lutz Röhrich
interpretano la fustigazione con le verghe e il bagno nelle tinozze come un
antico rituale di purificazione ed esorcismo rituale. Nelle antiche credenze
germaniche e nordiche il “male” o la possessione demoniaca dovevano essere letteralmente
“battuti fuori” dal corpo. In tal senso non c’entra niente l’interpretazione di
quelle vergate come finalizzate a far cambiare atteggiamento morale alla
principessa (che infatti non si pente). Lo spettro sta soltanto cercando di
spezzare con la violenza fisica il legame sciamanico che la unisce al troll.
Tuttavia la lettura psicanalitica francese la pensa diversamente, in quanto
vede nelle frustate una componente erotica e sadica. La principessa gode di un
potere fallico (uccidere gli uomini); lo spettro la “doma” attraverso la
violenza fisica, ristabilendo un ordine patriarcale in modo brutale. Questo
spiegherebbe perché la scena sembra così gratuita e insistita: è una
manifestazione delle ansie sessuali di Andersen stesso (la paura della donna
potente).
5 I critici russi hanno notato
l’estrema somiglianza tra il vecchio troll della montagna e la figura di
Koschei l’Immortale del loro folklore. Anche Koschei è spesso connesso a una
principessa prigioniera e la sua morte richiede un intervento magico o la
distruzione di un oggetto esterno. La stessa principessa che pone indovinelli
letali è spesso vista come una sacerdotessa di un culto dell’oltretomba. Le
frustate dello spettro, in quest’ottica, sono la lotta tra due poteri
sciamanici: quello del morto (il compagno) contro quello del mondo sotterraneo
(il troll).
6 Per i formalisti russi il compagno
di viaggio è l’archetipo perfetto dell’aiutante magico. In molte fiabe russe
l’eroe non agisce quasi mai direttamente nelle prove decisive; è l’aiutante che
agisce per lui. Questo spiega perché Johannes sembra passivo o “infantile”:
strutturalmente la sua funzione è solo quella di dimostrare pietà iniziale
(seppellire il morto); il resto spetta all’agente magico.
7 Questa insistenza sulla materia che
si trasforma, sulla pelle che muta e sulla testa mozzata è puro grottesco
gogoliano. Ricorda il modo in cui Gogol’ descrive i corpi dei suoi burocrati:
masse informi, nasi che si staccano, volti che diventano macchie. In Andersen
la bellezza della principessa è una crosta che nasconde un mostro, esattamente
come la nobiltà russa di Gogol’ è un guscio vuoto che nasconde il nulla.
8 L’idea che Edvard Collin sia stato
il vero “compagno di viaggio” di Andersen trasforma la sua biografia in un
dramma psicologico di rara intensità. Se Johannes (Andersen) è l’eroe che
cammina con la testa tra le nuvole, Edvard era colui che teneva i piedi nel
fango, gestendo tutto ciò che l’artista considerava “sporco” o troppo terreno
(dal rapporto con la madre e la sorellastra alla gestione dei contratti
editoriali e dei guadagni letterari, fino alla “decapitazione” di quella
critica che potesse urtare la sensibilità iper-reattiva di Andersen). Nella
fiaba il compagno di viaggio compie le azioni che Johannes non potrebbe mai
fare senza macchiare la sua “purezza” di eroe. Nella realtà Edvard Collin ha
svolto esattamente questa funzione per decenni. Da notare però che nella fiaba
il compagno scompare una volta pagato il debito. Nella realtà, invece, Andersen
non riuscì mai a “pagare” Edvard, né volle mai ammettere pienamente quanto la
sua ascesa dipendesse da lui. “Tu mi hai aiutato, ma io sono il genio”. Questo
era il sottotesto costante del loro rapporto. Andersen cercava disperatamente
d’essere o di apparire il “figlio unico del destino”, ma la presenza costante
di Edvard gli ricordava ch’era soltanto un prodotto collettivo della famiglia borghese
dei Collin.
LA PRINCIPESSA SUL PISELLO (1835)
Questa fiaba è ironica nei confronti del mondo aristocratico
(assolutamente comico che il re vada ad aprire la porta del suo castello come
fosse un maggiordomo!).1 Non
fa direttamente parte di una tradizione popolare danese, anche se Andersen
dichiarò d’aver sentito la storia nella sua infanzia. Esistono però fiabe
vagamente simili nella tradizione popolare di alcuni Paesi nordici e germanici,
come la fiaba svedese La principessa che si
distese su sette piselli e la tedesca La prova del pisello, inclusa fugacemente dai fratelli Grimm
nella raccolta del 1843, Le fiabe del
focolare, poi rimossa nel 1850 perché ritenuta di origine letteraria
o comunque non puramente germanico-popolare. La sua esistenza in fonti Grimm
però testimonia una diffusione precoce di variazioni sul tema in area
germanica.
La nobiltà viene presentata come molto ricca e
stupida. Infatti re e regina cercano per il figlio una “vera” principessa,
senza mettere alla prova la sua virtù (come accadeva nelle fiabe popolari
tradizionali), ma cercando di verificare se lo è di nascita (se ha il “sangue
blu”). Non interessa sapere se ha ereditato o acquisito il titolo per qualche
merito personale. La regina cerca una legittimità di lignaggio, non di
carattere. La “sensibilità” di cui l’autore parla è puramente fisica, senza
alcun riferimento all’etica, e la fragile ipersensibilità del corpo viene
interpretata come sinonimo di viziata stupidità o di un’eccessiva delicatezza
derivante dalla vita agiata. In danese “vera” è scritto “rigtig”, che significa
“legittima”. Si è veri, autentici, genuini solo se formalmente “autorizzati”.
Certo vi sono fiabe nella tradizione europea in cui
una principessa rifiuta di sposarsi perché non ha un “cuscino di piume d’oro” o
non le piace il “rumore delle pecore al pascolo”, cioè perché si lamenta di
condizioni che per una persona comune non sarebbero un problema, e lo fa solo
per stabilire un irragionevole standard per la sua mano. Ma è stato Andersen a
estremizzare questo atteggiamento e a concentrarlo nel simbolo iper-specifico
del pisello.2
Anche il folklore slavo ha molte fiabe con principesse
messe alla prova, ma in genere si tende a esaltare l’intelligenza, la bontà
morale e la loro resilienza fisica. Anzi in genere la principessa non viene
riconosciuta per il suo aspetto, oppure è costretta a nascondere la sua
identità (spesso apparendo vestita di stracci o come una serva) e viene
riconosciuta attraverso un dettaglio che solo una persona del suo lignaggio
potrebbe notare o sentire, o comunque viene riconosciuta solo per una sua
“qualità intrinseca”, che supera la prova del sospetto o dell’inganno. Se in
una fiaba russa gli autori avessero usato lo stratagemma del pisello, gli zar
l’avrebbero considerata particolarmente offensiva per il loro prestigio e
l’avrebbero censurata.
Incredibilmente corta, la fiaba è anche una critica
dei matrimoni combinati dai genitori per i loro figli. In questo caso il figlio
(viziato) appare con un perfetto idiota che non riesce a trovare moglie, pur
girando in lungo e in largo il mondo intero. O forse la sua è solo una scusa
proprio per stare lontano da casa, anche se alla fine deve arrendersi alla
determinazione dei genitori.
Stranamente Andersen aggiunge spesso la frase “Questa
è una storia vera”, quando invece proprio i suoi particolari lo escludono con
evidenza.3
Soprattutto quello iniziale, in cui viene presentata, in maniera surreale, una
principessa che si trova, da sola, coi tacchi alti nelle scarpe, in una notte
buia e tempestosa, intenta a chiedere soccorso a degli sconosciuti, di cui
forse si fida perché sa che sono aristocratici come lei, ma che la regina
guarda con sospetto, non fidandosi dell’assicurazione che lei aveva dato
d’essere una “principessa vera”. Un incipit,
questo, che avrebbe stuzzicato la fantasia di qualunque regista hollywoodiano.
L’autore sembra che voglia canzonare il lettore, il
quale deve anche credere che il pisello sia stato successivamente conservato in
un museo. Vengono qui in mente certe opere d’artista, molto provocatorie (vedi
ad es. quelle di Lucio Fontana, Marcel Duchamp, Piero Manzoni…), ma che nei
musei si troveranno nel secolo dopo. In ogni caso la fiaba non fu accolta bene,
poiché dava l’impressione al bambino che le donne aristocratiche fossero sempre
terribilmente suscettibili, anche se Boris Zakhoder, famoso traduttore e
scrittore russo per bambini, sottolineò l’aspetto “serio” dell’ironia del
pisello, in quanto una principessa “non vera” avrebbe mentito sulle percezioni
o sensibilità del proprio corpo, esattamente come avrebbe fatto un cortigiano
ipocrita.
Forse l’unico aspetto positivo della fiaba sta nel
fatto che quando si cerca un partner, bisogna anche sapersi affidare alla
casualità dell’incontro. Tuttavia nel contesto si tratta di una positività
davvero minimale, tant’è che la fiaba è divenuta famosa per indicare una donna
dall’atteggiamento snob, un po’ altezzoso (il fatto stesso che dica di aver
passato la notte in bianco nonostante i venti materassi e i venti piumini, la
fa apparire un po’ maleducata). E pensare che la fiaba avrebbe anche potuto
porsi come premessa di un racconto di ben altre proporzioni e di molteplici
svolgimenti. Strano che qui Andersen non abbia esercitato la sua fervida
fantasia.
Resta comunque evidente che l’autore non poteva usare
una parola equivoca, come per es. “kuk” o “tissemand”, con un significato
metaforico (volgare) come nella lingua italiana. La parola usata, “ærten”
(“pisello”), è del tutto neutra, essendo specifica di contesti botanici o
culinari.4 Ma
più importante di ciò resta l’ambiguità dell’espressione “principessa vera”,
che fa venire in mente quella di una pubblicità televisiva: “Tu non hai bisogno
di un pennello grande ma di un grande pennello”. Il protagonista era un
imbianchino in bicicletta, che trasportava un pennello gigante sulla spalla, e
che viene fermato da un vigile per intralcio al traffico.
Qui infatti è lo stesso: il principe cercava una
principessa veritiera, cioè onesta, giudiziosa, ecc., mentre sua madre
pretendeva una “vera principessa”, una con tradizioni nobiliari autentiche, non
una figlia di borghesi che avevano comprato un titolo. Interessante il fatto
che la principessa dichiari d’essere “vera”, pur presentandosi in condizioni
miserevoli, come se l’autore avesse voluto far capire che la verità non
coincide con l’evidenza. La verità è nascosta e deve superare delle prove per
essere creduta. Solo che in questa fiaba la principessa – come dicevano le
femministe negli anni Settanta – vince non tanto perché fa qualcosa, ma
semplicemente perché ha la pelle sottile.
Girando per il mondo, quindi ambienti altolocati,
sarebbe stato impossibile che il principe non avesse incontrato una
“principessa doc”. Dunque, in realtà aspirava a una ragazza con un carattere,
una personalità, una psicologia diversa da quella consueta che s’incontra nei
ceti nobiliari. Poi però alla fine è costretto ad accettare la soluzione
offerta dalla madre, che si convince dell’origine nobiliare della principessa
dopo averla sottoposta alla prova assurda dei venti materassi e dei venti
piumini, impilati in una torre ancora più inverosimile, ma che resterà nella
storia.
Tuttavia il principe, da buon aristocratico, avrebbe
anche potuto fare buon viso a cattivo gioco, interpretando la prova del pisello
in maniera un po’ diversa dalla madre. Visto che la principessa, pur avendo
tutto l’occorrente per dormire alla perfezione, si era ugualmente lamentata,
allora forse anche nelle questioni morali avrebbe sempre potuto eccepire
qualcosa, mostrando la propria personalità. Diciamo questo perché a noi pare
piuttosto banale quella critica moralistica che vede nella fiaba una satira
della mollezza e dell’inutilità dell’aristocrazia, distaccata dalla realtà del
lavoro e della fatica; oppure nella torre dei materassi un elemento grottesco
che sottolinea l’irrazionalità del potere.
Nella fiaba è fuor di dubbio che se c’è un personaggio “simpatico” è
proprio la principessa. Potrà essere considerata viziata quanto si vuole, ma un
principe davvero innamorato le avrebbe concesso qualunque debolezza, con o
senza il consenso dei genitori, di lui e di lei. Eventualmente le circostanze
della vita l’avrebbero eticamente migliorata. In fondo sin dall’inizio della
fiaba lei s’era presentata in maniera molto dimessa.
Ciò che rende la principessa un personaggio simpatico
è proprio la sua involontaria onestà. Lei non sa d’essere stata sottoposta a
una prova. La sua lamentela non è calcolata per dimostrare il suo rango, ma è
la reazione genuina del suo corpo a una sofferenza reale. Se avesse saputo del
pisello e si fosse lamentata, sarebbe stata un’ipocrita o una manipolatrice. Il
fatto che si lamenti naturalmente le conferisce credibilità e, di conseguenza,
simpatia. Sta dicendo la sua verità interiore, un valore raro nel mondo
artificiale e formale della corte.
La sua umiltà esterna (ha i vestiti che gocciolano,
l’aspetto misero di una che sembra una povera viaggiatrice) combinata con la
sua sensibilità interiore la rende una figura che merita d’essere salvata e
amata da un principe che ne sia davvero innamorato. La sua verità è nascosta in
uno strato di pelle e si manifesta come una “debolezza” fisica.
Piuttosto è il principe il personaggio più
problematico. Un innamorato vero non avrebbe avuto bisogno di prove materne. La
sua incapacità di trovare una moglie e la sua dipendenza dalla madre per la
soluzione finale evidenziano la sua passività. In questo senso la fiaba non è
tanto una satira dell’aristocrazia quanto una critica alla debolezza del
principe, incapace di prendere decisioni autonome e di “vedere” la verità senza
l’intervento ridicolo della madre. La principessa simboleggia, in realtà,
l’agente di salvezza per il principe, perché il suo arrivo pone fine alla sua
irrisolta ricerca.
Da notare che i critici che studiano la complessa
sessualità e le dinamiche affettive di Andersen, vedono nel principe un
riflesso o, per meglio dire, una proiezione amara di Edvard Collin,
incarnazione della borghesia danese colta, fredda e formalissima. Con lui
Andersen ebbe una relazione più intensa e duratura persino di quella con la
Voigt. Il giovane Collin, pur nutrendo un debole per Andersen, alla fine optò
per il conformismo sociale, proprio come il principe della fiaba accetta la
sposa “certificata” dalla madre.
La principessa bagnata e lacera che arriva alla corte
può rappresentare lo stesso Andersen, l’artista sempre inadeguato rispetto alla
nobiltà e alla borghesia. Nonostante l’apparenza, Andersen sapeva di possedere
una sensibilità e un “sangue” artistico (l’onestà della sensazione) superiore
ai suoi contemporanei borghesi. La sua ipersensibilità (sia fisica che emotiva,
di cui il pisello è metafora) era la sua vera, innegabile qualità regale.
Andersen, non potendo sposare Edvard Collin né essere accettato dalla sua
classe sociale, scrive una fiaba in cui il Principe-Collin è un idiota viziato
e dove la vera qualità intellettuale (la sensibilità artistica) è riconosciuta
solo da una prova assurda (la Regina-Società). È una satira vendicativa e un
lamento sulla sua stessa incapacità di essere visto e amato per la sua vera,
fragile essenza.
NOTE
1 A dir il vero Andersen usa spesso
l’eccessiva formalità della nobiltà per renderla comica e ridicola, abbassando
il suo status a quello di servi (il re) o di figure ossessionate dal dettaglio
(la regina).
2 In particolare la critica tedesca ha
visto in questa fiaba una satira del periodo Biedermeier (1815-48), in cui la
borghesia tedesca e scandinava si chiudeva nel comfort domestico. La
“sensibilità” della principessa è in realtà una iper-sensibilità nervosa tipica
della decadenza aristocratica, in contrasto con la robustezza del popolo.
3 Alcuni commentatori sostengono che la
fiaba sia nata in seguito a un litigio di Andersen con Riborg Kirstine Voigt
(1806-82), la sua prima grande e intensa delusione amorosa. Era la figlia
maggiore di un ricco mercante (agente reale, non nobile) della città di
Faaborg. Quando Andersen tentò di corteggiarla, nel 1830, lei gli comunicò
d’essere già segretamente fidanzata con un altro uomo, Poul Jacob Bøving, un
ispettore forestale. Lui cadde in uno stato di profonda delusione, anche perché
lei, pur ammirandolo, non aveva rivelato subito il suo impegno sentimentale.
Andersen cercò poi di superare la frustrazione intraprendendo la sua prima
grande e catartica tournée
all’estero l’anno successivo. Il dettaglio più toccante e famoso di questa
storia d’amore è che Andersen portò sempre con sé una piccola busta di cuoio
contenente una lettera d’addio della Riborg, che lui stesso dispose di bruciare
dopo la propria morte. A dir il vero la stessa Riborg conservò segretamente un
piccolo fascio di ricordi di Andersen – inclusi i fiori che le aveva donato e
alcuni suoi scritti – in un vano nascosto del suo scrittoio, che si rinvenne
solo dopo la sua morte.
4 In realtà alcuni psicanalisti tedeschi, con un’interpretazione un po’ cervellotica, hanno letto il “pisello” nascosto sotto i materassi come un simbolo fallico o una metafora della gravidanza indesiderata (la prova doveva verificare se la ragazza fosse “intatta” o se nascondesse un “segreto”). Più interessante la lettura dei critici strutturalisti francesi, per i quali il pisello è soltanto un elemento infinitesimale la cui forza però può anche disturbare l’ordine costituito. Lo vedono come metafora del “dubbio” cartesiano o dell’imperfezione che rivela la verità. Cioè la principessa soffre fisicamente per una verità invisibile agli altri.
QUANDO FINIRA'?
La guerra in Ucraina non finirà grazie alla diplomazia, perché gli USA
vogliono vendere armi ed espandere la NATO e perché gli statisti della UE sono
servi degli USA e odiano ideologicamente la Russia (prima perché era ortodossa,
poi perché era comunista, ora perché ha un capitalismo statale poi efficiente
di quello privato).
Non è giusto che finisca perché la Russia è in grado di vincerla sul
piano militare. Dovrà finire quando il popolo ucraino rovescerà il governo
neonazista che lo domina dal 2014. Questa è l'unica garanzia di un prosieguo
democratico dopo la fine della guerra.