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7 mag 2025

 

REITERAZIONI STORICHE E DISASTRI ECONOMICI


Nell’antica civiltà romana si doveva essere sempre in guerra per poter avere quanti più schiavi possibile. Gli schiavi arricchivano in varie maniere: erano oggetto di compravendita, come oggi le azioni di borsa; svolgevano lavori domestici o produttivi al posto delle persone giuridicamente libere; intrattenevano il pubblico con giochi o sport di vario genere; istruivano i figli degli schiavisti, se erano intellettuali, ecc.

Quando non fu più possibile continuare le guerre in maniera facilmente vittoriosa, in quanto il nemico aveva capito come difendersi efficacemente, gli schiavi ovviamente diminuirono. Ma siccome gli schiavisti volevano continuare a vivere una vita comoda, pensarono, astutamente, di trasformare il rapporto sociale da schiavile a servile. Cioè allo schiavo potevano essere riconosciuti taluni diritti, se in cambio continuava a sentirsi in obbligo nei confronti del proprio padrone. Fu così che nacque il Medioevo, una civiltà rurale, assai poco urbanizzata, almeno sino al Mille.

Quando le popolazioni germaniche e asiatiche fecero a pezzi l’impero romano d’occidente non conoscevano come sistema di vita né lo schiavismo né il servaggio, però nei confronti di quest’ultimo ebbero un certo apprezzamento. E quelle, di loro, che si convertirono al cattolicesimo-romano, furono le più fortunate. I Franchi, in particolare, diventarono egemonici in tutta l’Europa occidentale, il cui sovrano, spalleggiato dalla Chiesa, pretendeva addirittura di qualificarsi come imperatore del sacro romano impero, un titolo che in quel momento spettava solo al basileus bizantino.

Oggi sta avvenendo qualcosa di simile. L’occidente collettivo non è più in grado di espandersi, non solo sul piano militare, ma neppure su quello economico e finanziario. Glielo impediscono Russia, Cina, India e, in genere, i Paesi dei Brics+ o del Sud Globale.

Questo vuol dire che USA, UE, ecc. dovranno per forza abbassare, entro i propri confini, gli standard consueti di benessere. Le popolazioni protesteranno, perché non abituate a eccessive restrizioni. Si lasceranno strumentalizzare dai poteri dominanti per compiere nuove guerre, che inevitabilmente risulteranno perdenti, poiché il declino non potrà essere fermato. Dopodiché i cittadini saranno costretti a subire sempre maggiori controlli, da parte di poteri sempre più autoritari, sempre più militarizzati. Si può persino scommettere che il fulcro vitale si trasferirà dalle città alle campagne, e che la gente rinuncerà alla propria libertà giuridica pur di sopravvivere.


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Dietro Trump, che non sa nulla di economia, c’è Scott Bessent, ex chief investment officer di Soros Fund Management e figura influente nei circuiti della finanza globale.

Dall’alto della sua sapienza ha detto queste parole dal sapore magico: “Il governo degli Stati Uniti non andrà mai in default. Aumenteremo il tetto del debito.”

Per lui non sono niente 36 trilioni di dollari di debito (122% del PIL). In fondo il Giappone ha una percentuale doppia e nessuno se ne preoccupa. L’importante è che gli USA abbiano la fiducia di chi crede nella loro capacità di pagare i tassi d’interesse sul debito.

Tuttavia non è molto rassicurante sapere che gli USA possono evitare l’insolvenza non per solidità economica, ma perché stampano moneta a volontà, scaricandone il peso su inflazione e mercati esterni.

Finché il mondo accetta dollari, Washington non fallisce. Questo lo sappiamo, ma sarebbe meglio non darlo per scontato. Anche perché la crescente de-dollarizzazione promossa da BRICS e ASEAN mette a nudo la fragilità strutturale del sistema, che si regge in piedi solo con le stampelle.

Non è una bella cosa che il “tetto del debito” venga alzato tutte le volte che lo richiede la politica. L’economia ha proprie leggi, che non dipendono dalla volontà dei governi. Nessuno è obbligato a comprare i titoli di stato americani. Non foss’altro che per un sospetto: quando un impero afferma di non poter fallire, è il segno che ha già cominciato a temere il crollo.

6 mag 2025

 Quale villaggio globale


Uno potrebbe chiedersi che male ci sia a vivere l’intero pianeta come un unico villaggio globale. Nessuno, se per “villaggio globale” s’intendesse qualcosa di libero, aperto, senza barriere o confini, senza pretese di dominio o di sfruttamento di risorse altrui.

Purtroppo però, anche quando gli esseri umani mostrano d’avere delle idee apprezzabili, le vivono nel modo peggiore. Non a caso molti ritengono che la nostra specie (o comunque quella sapiens) sia nata o si sia evoluta con un bug letale. Sembra che noi tutti si sia destinati all’autodistruzione, in forza del fatto che le nostre armi, col tempo, non lasciano scampo a nessuno, ovunque si viva.

Può darsi che la natura abbia da guadagnare dal nostro destino, riprendendosi ciò che le abbiamo sottratto. Ma per i sopravvissuti all’apocalisse sarebbe una magra consolazione apprezzare la rinascita della natura in cambio di uno spopolamento catastrofico del genere umano.

Possibile che non ci sia una via di mezzo tra libertà personale, giustizia sociale, tutela ambientale? Probabilmente, per quanti sforzi si possa fare, non c’è. Forse perché partiamo da un punto di vista sbagliato. Lo facciamo tutti, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Siamo tutti fermamente convinti che il modo migliore per trasformare qualcosa di “informe” in qualcosa per noi apprezzabile, vantaggioso sia quello di utilizzare una tecnologia così evoluta da rendere il nostro lavoro sempre meno faticoso.

Cerchiamo un benessere in cui la fatica sia ridotta al minimo. È evidente che con una tale visione delle cose a rimetterci sono le popolazioni con una tecnologia meno evoluta. La stessa natura, lì per lì, sembra non essere in grado di opporsi alle nostre pretese egemoniche, salvo poi farcelo capire dopo un certo tempo, quando avvengono taluni fenomeni atmosferici molto preoccupanti, come desertificazione dei suoli, scioglimento dei ghiacciai, surriscaldamento dei mari, inquinamento dell’aria, esondazioni dei fiumi, e così via.

L’evoluzione per noi è diventata sinonimo di artificiosità. Quanto più ci sentiamo lontani dalla naturalità delle cose, tanto più ci sentiamo avanzati. Aspiriamo a recuperare qualcosa di naturale nel tempo libero, e ci illudiamo di trovarlo, pur sapendo che abbiamo tutto antropizzato. Ci mancano persino i parametri per distinguere una cosa dall’altra. Non abbiamo neanche la manualità per compiere azioni che non siano caratterizzate da qualcosa di evoluto. Chi riuscirebbe a sopravvivere in una foresta dopo essere sopravvissuto a una guerra urbana?

È importante pensare a queste cose, poiché, anche nel caso in cui un vero ideale di giustizia prevalesse su una palese violazione dei diritti umani, alla fine resta sempre la domanda di fondo: “Adesso che facciamo perché la cosa non si ripeta? Esiste un paradigma positivo cui possiamo fare riferimento in maniera oggettiva?”.


1 dic 2011

Newsletter 01-12-2011